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giugno 25th, 2009

W Teheran, W la Rivoluzione verde. Con o senza brogli.

Non so se in Iran i brogli ci siano stati o meno alle ultime elezioni. Scartabellando in internet, il formidabile strumento che sfila le maglie della censura con le immagini trasmesse su Facebook e Twitter, le opinioni sono contrastanti, anche se la tesi del complotto e della sfida truccata ben più accreditata:

in virtù, in primo luogo, dei sondaggi totalmente sballati, che prevedevano una secca sconfitta per Ahmadinejad (intorno al 25 % dei voti) in confronto alla valanga di consensi per il premier riformista Mousavi (il 60 %). Non ho idea di come vengano condotte le ricerche sondaggistiche nella Repubblca Iraniana; certamente la loro fallibilità è stata testata anche a casa nostra (con scarti senza dubbio minori), ma non serve andare tanto indietro nel tempo o nello spazio per trovare esempi di sondaggi elettorali totalmente distanti dal quadro reale: lo scorso secolo gli Stati Uniti si apprestavano ad eleggere un candidato democratico, mentre i sondaggi di importanti istituti di riderca davano per super-vincente il candidato repubblicano. Motivo dell’abbaglio? la ricerca era stata svolta telefonicamente, dimenticando che in periodo di crisi le famiglie meno abbienti e che certo avrebbero poi aspresso il loro disagio votando un candidato democratico, al telefono avevano rinunciato. Di fronte alle incertezze, posso immaginare le aree urbane popolate da giovani studenti votare Mousavi, ma non mi sorprenderei se questi non ottenesse la maggioranza dei consensi considerando l’immensità dell’Iran e delle aree rurali, tradizionalmente conservatrici.

Il corrispondente del NYT, Bill Keller, arriva ad affermare che le schede non siano state neppure contate: ci si è limitato a scrivere i nomi dei candidati e 4 percentuali a caso (o quasi). Potrebbe essere vero, ma detta così senza prove sembra una delegittimazione di una delle più antiche nazioni del mondo arabo in cui, del resto, si è sempre votato da lungo tempo. Quando poi verifico che l’autore dell’editoriale tanto accusatorio (e di una così importante testata) è lo stesso che nel 2003 scrisse ‘The I-Can’t-Believe-I’m-A-Hawk Club‘, supportando senza se e ma la guerra in Iraq e grande ammiratore di Paul Wolfowitz, definito a ‘Sunshine Warrior‘ (tra i falchi americani convinto che la guerra in Iraq sarebbe stata veloce e indolore, e soprattutto rifondata con gli interessi a suon di barili di petrolio), forse la fiducia non è più tale.

Forse il provocatore sono io ora, e non voglio (non posso) contestare il motto delle contestazioni di Teheran: “where is my vote”. Forse perchè ci cascai come un allocco, quando deluso dai risultati delle elezioni nostrane del 2006, vidi il “mio” centrosinistra arretrare spaventosamente rispetto ai sondaggi e vincere per un soffio le elezioni: uscì un dvd (“uccidete la democrazia“) le cui tesi tanto veritiere mi fanno ravvibridire ancora (e per questo lo sconsiglio a chi vuole vivere in pace in questo paese).

Il punto è che del voto in Iran, a questo punto, non ce ne deve fregare più niente. E spero non freghi neppure a quei ragazzi, miei coetanei, che sfidano le manganellate violente e le pallottole con la sola forza della voce e dei social network. Dopo tanta violenza, dopo tanta partecipazione, a questo punto non basta farsi restituire un presunto voto cancellato. Quella che sembra una rivoluzione è destinata ad arrivare fino in fondo, quindi non lottare per far sedere Mousavi al posto di Ahmadinejad sul trono della teocrazia, ma combattere la teocrazia. Combattere il sistema perverso e niente affatto democratico che vede le dodici persone del Consiglio dei Guardiani controllare a decidere le sorti di un paese verificando per ogni atto la conformità con la legge sacra della Sharia, o scegliere in base a criteri religiosi chi possa o meno concorrere alle elezioni.

La democrazia non si fa solo con le elezioni. Quella dei fumogeni verdi sui tetti e dei filmati su twitter che schivano la censura è una rivoluzione che va oltre la speranza di un debole cambiamento politico, rappresentato da Mousavi: deve vivere la speranza di un nuovo Iran. A che prezzo? A un prezzo assurdo, pagato come sempre dalla meglio gioventù di un paese, che si lancia in una lotta impari contro i feroci pasdaran.  Pregheremmo tutti per una rivoluzione gentile, ma come la rivoluzione non sia un pranzo di gala è stato già spiegato. Perchè questa è davvero una Rivoluzione, forse la prima del nuovo millennio.