Il Messaggero ha dato spazio, la vigilia di ferragosto, ad un articolo che porta la firma di un autorevole (ex) esponente del centro – sinistra italiano, che non ha avuto (probabilmente per il periodo vacanziero) la giusta eco. Il tema è la crisi della sinistra in Europa, in particolare di quella sinistra (delle due a cui siamo stati abituati sin dall’inizio della Terza Internazionale) che si definisce riformista e i cui partiti sono in profonda crisi in tutto il continente. Riporto qualche passaggio significativo dell’articolo in questione:
“il centro-sinistra è stato sconfitto nella maggioranza dei paesi europei proprio durante una crisi economica che ha rivalutato molte delle proposte che erano tipiche di questi partiti. Per spiegare questo paradosso conviene fare qualche passo indietro e ritornare al momento in cui, dopo un lungo periodo in cui la politica mondiale era stata dominata dal binomio Reagan-Thatcher, la situazione si rovesciò con la vittoria di Blair che sembrava in grado di cambiare i destini europei con il new labour, la terza via che avrebbe dovuto rinnovare il riformismo europeo e lo schema politico mondiale collegandosi con le novità che Clinton proponeva negli Stati Uniti.
[...] La causa della sconfitta di questa grande stagione è da individuare nel fatto che, mentre in teoria il nuovo labour e “l’ulivo mondiale” erano una fucina di novità, nella prassi di governo di Tony Blair e i governi che ad esso si erano ispirati si limitavano ad imitare le precedenti politiche dei conservatori inseguendone i contenuti e accontentandosi di un nuovo linguaggio. Sul dominio assoluto dei mercati, sul peggioramento nella distribuzione dei redditi, sulle politiche europee, sul grande problema della pace e della guerra, sui diritti dei cittadini e sulle politiche fiscali le decisioni non si discostavano spesso da quelle precedenti. Il messaggio lanciato all’elettore era il più delle volte dedicato a dimostrare che il modo di governare sarebbe stato migliore. Nel frattempo il cambiamento della società continuava secondo le linee precedenti: una crescente disparità nelle distribuzione dei redditi, un dominio assoluto e incontrastato del mercato, un diffuso disprezzo del ruolo dello Stato e dell’uso delle politiche fiscali, una presenza sempre più limitata degli interventi pubblici di carattere sociale.
Vent’anni fa una mia semplice osservazione che la differenza di remunerazione da uno a quaranta tra il direttore e gli operai di una stessa azienda era eccessiva, aveva causato scandali e discussioni a non finire. Oggi nessuno si stupisce del fatto che questa differenza sia in molti casi da uno a quattrocento.
[...] Il riformismo ha cioè perso la fiducia in se stesso e preferisce inseguire le piattaforme e i programmi degli altri, pensando che, per rovesciare le fortune elettorali, sia sufficiente criticare gli errori e i comportamenti dei governanti. A cambiare gli equilibri politici tutto ciò non basta, anche perché la rapidità con cui gli ‘estremisti’ del mercato si sono impadroniti del linguaggio dei riformisti è davvero degna di un premio Nobel“.
Leggendo queste parole, sarei andato quasi a colpo sicuro nel tentativo di individuarne l’autore: Bertinotti. Ed invece no: le accuse mosse al riformismo che negli ultimi anni non avrebbe fatto altro che imitare la destra e i conservatori diventano quasi un’ammissione di colpa, se firmate da Romano Prodi. L’ex premier non cita la breve esperienza del suo ultimo governo, ma certamente questa critica al proprio campo politico (soprattutto per il loro contenuto) non è cosa da poco. L’idea del fallimento delle due sinistre, della necessità di una elaborazione di nuove idee e progetti (“[...] ribadendo con forza il ruolo dello Stato come regolatore di un mercato finalmente pulito, approfondendo i modi e gli strumenti attraverso i quali i cittadini abbiano uguali prospettive di fronte alla vita, non avendo paura di denunciare i tanti aspetti riguardo ai quali il capitalismo deve profondamente riformarsi”, di una “scomposizione e ricomposizione del proprio elettorato” non sono più appannaggio solamente di quella parte di sinistra minoritaria che è rimasta fuori dal Parlamento. E scusate se è poco.





