Una generazione perduta, quella di Octavio, quella dei cubani nati in un paese che la rivoluzione l’ha già fatta e sprecata. In una Cuba noiosa e maledetta, dove le pagine del Granma si usano per pulirsi il culo, dove il Máximo Máximo è onnipresente nei proclami stropicciati dalle pioggie dal sole al lato delle strade, dove una relazione omosessuale è punita con il carcere, dove si può passare ore immaginandosi il gusto di un martini bianco con ghiaccio che appare in qualche antico film nordamericano che passa la censura, dove la monotonia porta al suicidio indifferente, dove occorre aspettare anni per ottenere un visto e (forse) riuscire a vedere un po’ di mondo, entrare in un museo, leggere un giornale o pubblicare un libro.
Una lunga e angosciosa attesa quella di Octavio, per lasciare Cuba e proseguire in esilio verso Madrid e Miami, la classica meta di quelli come lui, della generaciòn del Mariel. Un’esilio ancora più struggente dei mesi passati ad aspettare di volare per la prima e ultima volta fuori dall’isola, nel vano tentativo di non avvisare nessuno, per evitare complicazioni o denunce dell’ultimo minuto.
Un romanzo struggente, romantico, lirico, brutale. Dile adiós a la Virgen, di José Abreu Felippe.






