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maggio 17th, 2010

Il mercato del lavoro in Italia: il dibattito sulla flessibilitá

Consultazione integrale della tesi su http://www.tesionline.it/default/tesi.asp?idt=30775

“Nel dibattito politico, economico e sociale del nostro Paese si fa sempre più sovente riferimento al tema della flessibilità del lavoro, concetto che ha troppo spesso incarnato i vitali bisogni della nostra economia e del mercato, o i mali assoluti dello sfruttamento e mercificazione del lavoro. Partendo da questo presupposto, ossia dall’abbandono della sterilità di alcune posizioni ideologiche e preconcetti di entrambe le posizioni, l’obiettivo del presente lavoro è fornire innanzitutto una semplice, ma possibilmente chiara ed esaustiva, idea di cosa il concetto di flessibilità del lavoro comprenda e come questo trovi applicazione, insieme agli obiettivi che lo rendono un’importante opportunità sia dal lato della domanda del lavoro (le imprese), che dal lato dell’offerta (i lavoratori).

Si analizzeranno dunque le svariate forme attraverso le quali la flessibilità si manifesta (salariale, temporale, funzionale o numerica), e la differenza tra flessibilità del lavoro e atipicità contrattuale, concetti collegati ma non equiparabili. Un’analisi del mercato del lavoro italiano allo stato attuale non può mancare, se è innanzitutto per il buon sviluppo di questo che le riforme di flessibilità sono state introdotte.

In un contesto di crisi economica straordinario qual è quello che stiamo vivendo (che per forza di cose interviene negativamente sui tassi di occupazione) e volendo limitare l’analisi agli aspetti utili al dibattito, la raccolta dei dati e dei grafici riguarderà statistiche e relazioni dei più importanti istituti di ricerca del campo (CNEL, Istat) relative a diversi anni.

Nonostante sia arduo definire il grado di flessibilità di un dato mercato, ci si sforzerà di analizzare quello italiano utilizzando vari indicatori, per dare conferma o smentire le numerose voci che ne lamentano un’elevata rigidità. Si darà poi un primo sguardo ad un complemento importante della flessibilità, rappresentato dalle tutele che si affiancano alla forma contrattuale del lavoratore, individuando come vi sia necessità di una riforma di queste trasferendole dalla garanzia del posto fisso (tutele on the job) ad una più ampia rete di aiuto e sostegno in the market.

L’Italia, in poco più di un decennio, ha affrontato una serie di riforme che hanno introdotto, nel bene e nel male, numerose forme di flessibilità del lavoro. Un’excursus storico il più conciso ma chiaro possibile sarà oggetto del capitolo 3, partendo dalle modifiche alle norme che prediligevano la forma di contratto tipica fino al recente accordo del 23 luglio 2007, passando per l’apice del processo di flessibilizzazione rappresentato dalla cosiddetta ‘legge Biagi’.

Verrà anche fornito un quadro sul processo di riforma degli ammortizzatori sociali, avendoli ormai inquadrati come ingrediente principale per una flessibilità sostenibile.

Gli effetti della flessibilità non sono ancora stati sufficientemente indagati: il mantra dei ‘liberisti del lavoro’, secondo i quali la flessibilità aumenta l’occupazione, può essere generalmente vero ma merita ulteriori approfondimenti: si indagherà riguardo l’eventuale correlazione tra deregolamentazione delle norme a tutela dei lavoratori e aumento dell’occupazione, senza dimenticare come non si possa eludere da un giudizio sulla qualità di questa. Inoltre, si focalizzerà l’attenzione sulle conseguenze che la flessibilità può portare alla produttività.

Appurata l’importanza delle tutele che devono accompagnare la flessibilità introdotta, si chiariranno le sicurezze inderogabili che spettano ai lavoratori e il concetto di flexicurity di stampo europeo, evidenziando se e come l’Italia lo abbia realizzato, o abbia invece introdotto per molti lavoratori una forma di disagio denominata precarietà. Sottolineando ancora, respingendo le analisi semplicistiche che il dibattito pubblico ci offre, la differenza che intercorre tra flessibilità, atipicità e precarietà (fenomeni senza dubbio collegati, ma lungi dall’essere perfettamente comparabili), si analizzeranno poi le determinanti della precarietà: discontinuità occupazionale, retribuzioni ridotte e mancanza di tutele. Infine, si riporteranno e si discuteranno alcune possibili (in alcuni casi possiamo arrischiarci a definire urgenti) riforme che possano dare più sicurezza ai lavoratori, senza intaccare il livello complessivo di flessibilità del lavoro raggiunto in Italia.

Le conclusioni tireranno le fila del discorso, includendo un’opinione personale sulle tematiche affrontate riguardo un argomento di cui si discute molto ma si conosce ancora troppo poco, con risultati spesso nocivi per il mondo del lavoro e l’economia del nostro Paese.”