Oggi Madrid sembra Tokyo.
Le braccia incrociate degli operatori del servizio metro hanno lasciato i cittadini in balia dei propri automezzi o, in alternativa, di una rete di autobus urbana senza dubbio inadatta alle circostanze.
E’ la prima volta che vedo con i miei occhi gli effetti di un vero sciopero, e di queste proporzioni. Alla prima fermata due corriere neanche si fermano. La calca al lato della strada non si lamenta: bastano le facce, o il semplice colorito dei visi che intravediamo attraverso i vetri appannati. Al terzo tocca a noi.
La città è paralizzata. Le auto si sfidano, se potessero si lancerebbero una sopra l’altra, nel disperato tentativo di guadagnare qualche metro d’asfalto, come lottatori di sumo. Gli accordi di varie sirene si mescolano: polizia e ambulanze accorrono ad accudire qualche sinistro e gli svenimenti degli anziani.
Non so perché, sarà la classica paura del provinciale, incomincio a pensare agli effetti di un possibile attentato. Un colpo di coda di una ETA schiacciata ma non sconfitta. Un autobus fatto saltare, o magari più d’uno, in vari punti strategici della capitale. Penso alla data di oggi, 29 giugno. Non risulta, ripetendola, tanto sinistra e suggestiva come l’11 di settembre, o l’11-M, o il 7 di luglio. Quando le porte dell’autobus fanno ala dinanzi a me, immagino come sia essere investito da un’esplosione. Il tempo di assistere al lampo, o forse neppure quello. Il corpo lanciato per la forza d’urto, la fragilità delle membra strappate e schizzate a metri di distanza. O peggio sopravvivere, rialzarsi e assistere alla macelleria appena conclusa, barcollante e coperto di sangue che non mi appartiene tra grida e lamenti e una carcassa metallica in fiamme. Mentre fantastico con la mente, curiosamente attratto da macabri scenari di guerra, l’urto dell’assembramento alle mie spalle quasi mi catapulta dentro l’autobus. Mi stringo, spingo a mia volta, arrivo a pensare che di più non sia possibile, mentre ascolto le urla della gente che preme per entrare. Quando il conducente, forse per pietà, chiude i battenti, non possiamo neanche tirare un sospiro di sollievo da quanto siamo stipati gli uni contro gli altri. Mi ricorda quelle folli scene che ci arrivano dall’oriente, di tanti piccoli uomini tutti uguali e dagli occhi allungati lasciarsi schiacciare con tranquillità dentro treni di ultima generazione.
Questo week end, mi prometto, una scappatella in campagna non me la impedisce nessuno.





