Questi mondiali avrebbero dovuto essere un complemento principe all’estate madrileña. La febbricitante attesa è stata però affondata dalle deludenti prestazioni azzurre, presto giunte al naufragio di giovedì scorso, seguito tra illusione, angoscia e sgomento in una locanda segoviana.
Ci ricordiamo di essere italiani ogni quattro anni, si dice, nonostante si voti (di norma) ogni cinque. La vita all’estero, senza dubbio, me lo ricorda più spesso, ma il fascino dell’appuntamento mondiale è incomparabile. Quattro anni fa salutavamo cinque anni di liceo, e l’incubo della maturità appena lasciato alle spalle ci vedeva entusiasti e sbronzi di allegria mentre gli azzurri approdati a Berlino conquistavano l’agognato titolo. Uscire dalla competizione con tanto disonore (ultimi nel girone più facile) è dura da digerire, soprattutto quando non ricevi i veri abbracci consolatori che possono regalarti solamente coloro con i quali condividi simili pene.
Avevo promesso che avrei tifato Spagna, visto che le fatiche burocratiche dell’ultimo mese (empadronamiento, iscrizione alla seguridad social, N.I.E.), a detta degli amici iberici, sono solo i primi passi verso un’adozione piena da parte del Paese in cui ho vissuto già quattro stagioni. Ma ieri, la vittoria della Roja non mi ha rallegrato. Con un po’ d’invidia e molta tristezza, mi rendo conto che per me (tutto meno che un patito del calcio) il mondiale è già finito.
Incomincia ora il lungo conto alla rovescia per le future notti magiche, quest’anno consumate senza dubbio troppo presto, sotto il cielo di un’estate che, nel bene e nel male, non sarà italiana.






