Dopo una manifestazione ben riuscita, a maggior ragione se smentendo le malevoli cassandre (di destra e di sinistra) secondo le quali è bene lanciare allarmismi sull’evidente rischio di guerriglie urbane (l’ultima volta in occasione della manifestazione di Vicenza contro la base USA), il leitmotiv del giorno dopo è sempre lo stesso: ripartire da quella piazza.
A memoria personale, è stato così dal 4 novembre 2006 contro la precarietà, passando per il 20 ottobre 2007 (per rilanciare un’azione di sinistra del governo Prodi) e gli appuntamenti Viola fino all’appuntamento di ieri.
Ripartiamo da quella piazza, ricominciamo con questo popolo, titolano i giornali e rivendicano i politici ancora ubriacati dal successo di questa o quella manifestazione. Che la sinistra di questo Paese abbia sempre bisogno di “ripartire” e mai di continuare, la dice lunga sul suo stato di salute. Ma forse questa volta le ragioni per prendere a riferimento quel popolo, quella piazza, sono più forti che mai.
Una manifestazione FIOM andata oltre la FIOM. L’orgoglio degli operai metalmeccanici di questo Paese non è stato lasciato sfilare solo. Una manifestazione che ha dato dignità al lavoro, in difesa dei diritti e del contratto nazionale che FIAT e alcuni sindacati volevano seppellire al grido di 10, 100, 1000 Pomigliano. Un modello che non vale solo per quel piccolo paese campano, ma che è già realtà in molte zone d’Italia. La FIOM è rimasta nel ’800, sparano i difensori del ricatto spacciato per accordo. E’ rimasto nell’800, invece, chi pensa di applicare una riedizione del taylorismo nell’organizzazione del lavoro. E’ rimasto nell’800 chi crede che aumentare la produttività significhi più ore di straordinari, pause ridotte e rinuncia al diritto di sciopero. Non lo dice il buonsenso, lo dicono le ricerche effettuate da psicologi del lavoro agli albori del secolo scorso.
Quella di ieri è una piazza da cui ripartire davvero.





