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novembre 28th, 2010

Uomo-gatto, ovvero l’arte di non disturbare

L’ultimo libro sul comodino (Leielui) ci definisce come uomini gatto. In antitesi rispetto all’altro lignaggio con cui si possono ordinare gli esseri umani, quello degli uomini cane.

Senza metafore letterarie, già un editoriale de El Paìs aveva illuminato la nostra condizione. Credo titolasse “El arte de no molestar“, delineando il carattere di quelle persone venute a questo mondo per fare il minor rumore possibile. L’autore si interrogava sul perché di quel “y perdona las molestias” con cui un collega di lavoro chiudeva sempre le sue mail.

Io, oltre a ciò, arrivo a fare di più. Quando (raramente) mi rivolgo agli uffici della pubblica amministrazione, intavolando brevi scambi di informazioni con grassi uomini in bilico su tre eroiche rotelle girevoli o avvenenti signore sedute oltre un muro di plexiglas (a cosa serva non l’ho mai capito, quella barriera che ti impedisce di ascoltare, farti ascoltare, scambiare fogli e firme e contanti e saluti, e che sicuramente non riesce ad ostacolare una minacciosa mano armata o un proiettile), il più delle volte esordisco chiedendo scusa (“scusi, avrei bisogno…). E mi congedo ringraziando come se mi avessero fatto un regalo, con una deferenza direttamente proporzionale al grado di gentilezza con cui sono stato accolto da persone che, intendiamoci, stanno semplicemente facendo il loro lavoro.

Scendere dal marciapiede per fare passare individui di qualsiasi età, forma fisica o classe sociale, abbassare il volume dell’ipod al punto da non poter sentire io stesso la musica che fuoriesce direttamente nei miei condotti uditivi, l’appiattirmi letteralmente contro uno dei quattro angoli di un ascensore per non invadere lo spazio vitale di cui altri, per qualche strana ragione, hanno sicuramente più bisogno, riportare la tazzina al bancone, l’ansia di lasciare un creditore aspettare più del dovuto (si parla di minuti) ciò che gli devo (anche pochi centesimi), e la difficoltà estrema con cui ricordo, anche agli amici più cari, somme di denaro che mi devono e che mai rivedrò. Perché? Per non disturbare.

Niente a che vedere con una debolezza di carattere, affermava l’editorialista (posso ancora immaginarmi annuire reclinato verso una pagina d’inchiostro seduto in una qualche terrazza madrileña, con un misto di incredulità e contentezza nell’aver trovato tra le pagine di un giornale straniero le parole liberatrici e legittimanti che illuminano la mia condizione). “Sencillamente se cuidan de no agredir la serena existencia de su prójimo“.

A differenza degli uomini cane che abbaiano, toccano, si slanciano, atterrano, scodinzolano insistentemente, corrono, fanno perdere l’equilibrio, leccano, ricercano attenzioni e carezze e lanci di palline, e chissenefrega se involontariamente ti sporchiamo, gli uomini gatto vivono facendo il minor rumore possibile.

Mi accusano di essere un orso, di non conoscere nessuno, di non avere alcun interesse a conoscere gente, di essere pieno di pregiudizi, perfino di intolleranza. Solamente perché molte volte evito, scanso, schivo, mi sottraggo da situazioni e dialoghi e persone che immagino non possano darmi nulla che non siano frasi di circostanza, noia mortale, disaccordo o pena.

Preferisco intavolare una briscola tra cinque persone, in un solo apparente silenzio, invece di immergermi in una fasulla goliardia da sabato sera, che pretende essere quella vita sociale che si consuma tra saluti e pacche sulle spalle e spritz e amari e birre e battere i piedi per il freddo e vuoti saluti scambiati oramai a notte inoltrata.

Difficilmente sarò il vicino modello, quello che invita la coppia della porta a fianco ad entrare in casa a prendere l’aperitivo, o a cenare, o ad uscire verso improbabili serate a quattro. Sicuramente non sarò tra coloro che si accostano silenziosi alla porta ad ascoltare i litigi in corso: più della metà dei pettegolezzi di cinque anni di vita universitaria mi devono ancora giungere all’orecchio. E la percentuale di compagni di corso di cui confondo o non ricordo il nome si aggirerà attorno al 25 %.

Di tutto ciò prima mi vergognavo. Ma quando in treno il tizio al mio fianco parla rumorosamente al cellulare, quando qualcun’altro mi passa davanti durante una coda (io ovviamente lo lascio fare), quando un coinquilino alza il volume della tv o della musica o della voce mentre sto facendo altro, quando le persone non sanno smettere di parlare e vomitarmi addosso, infinite volte, le loro opinioni su banalità insopportabili, ringrazio di fare parte di quegli uomini gatto, che riconoscono il valore di silenzio e discrezione. E, ne sono convinto, vivono meglio.