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maggio 27th, 2011

La credibilità della República de Puerta del Sol

Sarà per un impellente bisogno di riflessione che ho indugiato qualche giorno prima di esprimere ciò che penso di quelle tende piantate nel mezzo di Puerta del Sol, principale piazza madrilena che sento un pò mia, e su questa rivoluzione mondiale che dopo la Spagna sembra iniziare ad attecchire anche qui.

Che i giovani di un paese attanagliato da una pesante crisi economica scendano in piazza, denunciando livelli di disoccupazione agghiaccianti, questo non può che essere legittimo e positivo. Che chiedano alla politica risposte efficaci e più trasparenza, sacrosanto. Che reclamino la riforma di una legge elettorale scandalosa, che sostiene artificialmente un bipolarismo malato e mina alle fondamenta uno dei principi cardine della democrazia rappresentativa, “una testa, un voto”, irrinunciabile. E ben venga l’indignazione, manifestare, tomar la calle. Quella di questi giorni è un’espressione bellissima di democrazia, ne costituisce il sale e ne avevamo bisogno.

L’entusiasmo è palpabile solo guardando le immagini in diretta webcam. La voglia di esserci può essere tanta. Engancha, eccome. Eppure (e non senza amarezza) non ho saputo evitare di esprimere giudizi alquanto critici su vari aspetti di questa improvvisa ondata rivoluzionaria. Che, quasi per un intimo bisogno di giustificazione, voglio riassumere qui.

Questo è un video realizzato per spiegare a noi italiani cosa sia questa rivoluzione importata dalla Spagna e che si appresta a mettere radici anche nel Bel Paese:

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Noi esistiamo“, direbbero i giovani spagnoli “e abbiamo diritto di parola“. Credo che le immagini di Puerta del Sol non possano essere più esaustive: sicuramente non è il diritto di parola che manca loro (e neppure a noi). I giovani spagnoli dicono anche altro, per fortuna, e tutto perfettamente condivisibile, almeno dal sottoscritto: riforma del sistema finanziario internazionale, riduzione dei costi della politica, riforma del mercato del lavoro. E allora cosa non mi convince?

Questa rivoluzione è apartitica, si tiene a sottolineare. Non è rossa, nè nera. Di più, non manifesta neppure un orientamento politico. I giovani scesi in Spagna e nelle piazze italiane sono di destra, di sinistra, di centro, apolitici (?!?), ci spiega la blogger. Ecco, cosa mi rende parzialmente distante da questa favolosa lezione di democrazia. Quello che per molti è il merito di questa grande mobilitazione, per me ne rappresenta il principale e pericoloso limite.

Ci sono battaglie che non sono né di destra né di sinistra, questo è verissimo. Ma le soluzioni ai problemi che sono stati portati giustamente in piazza, se soluzioni e proposte si vogliono trovare, per quelle sì c’è bisogno di essere di parte. La crisi non è stata provocata da ricette, uomini o partiti identificabili con una sola parte politica. Forse per questo si pretende una soluzione che stia fuori dagli schemi novecenteschi riassumibili nello schieramento destra-sinistra, ormai fuori moda. Eppure credo che, a maggior ragione, per risolvere tali problemi vi sia bisogno di una maggiore radicalizzazione delle risposte. Dalla crisi al precariato, dalla disoccupazione alla distruzione della scuola pubblica si esce con risposte politiche, e le parole destra e sinistra hanno ancora senso, perché propongono (o dovrebbero proporre) vie d’uscita nettamente distinte.

Non avrei alcun problema a manifestare a fianco di un ragazzo di destra contro il precariato. Probabilmente non riuscirei a trattenermi, e gli chiederei per che partito abbia votato alle ultime elezioni, chiedendogli conto di cosa la sua parte politica abbia fatto per sconfiggere il dramma contro il quale sta manifestando ora. D’altra parte, non potrei mai condividere una piazza con chi si proclama apartitico e invita al non-voto: odio gli indifferenti, affermava Gramsci in questo celebre ed esaustivo passo scritto nel lontano 1917.

Ecco un altro punto controverso e che gioca a sfavore della European Revolution (già Spanish Revolution e Italian Revolution). I giovani di Puerta del Sol, alla vigilia delle amministrative spagnole,  manifestavano apertamente il loro disprezzo nei confronti dei due principali partiti (il PP e il PSOE), eppure già si dividevano nella scelta della più giusta forma di protesta. Votare formazioni minori, votare in bianco, annullare la scheda, o astenersi? Il senso dell’ultima proposta è a dir poco schizofrenico. Si sta in piazza al grido di “Democracìa Real YA!” e si invita la gente a non esercitare il diritto di voto. Mi piacerebbe tanto sapere cosa ne pensano i nonni di questi giovani spagnoli che disertano le urne, loro che hanno vissuto gran parte della loro vita senza la possibilità di votare, mentre l’intera Europa cresceva e la Spagna restava schiacciata dal nero stivale fascista. Parlare di germe di Piazza Tahrir che invade l’Europa mi sembra almeno irriguardoso nei confronti dei giovani delle altre sponde del mediterraneo, che lottano contro despoti ottuagenari in carica da più di mezzo secolo senza possibilità di mandarli a casa con altri metodi che non siano le manifestazioni ad oltranza.

Gli spagnoli, invece, in una giornata hanno potuto sancire il fallimento e la fine del zapaterismo. Una Spagna dipinta di blu, come da previsione. Un’astensione al 33 % (il primo partito di Spagna, si sono affrettati a dire ciechi sostenitori del movimento), un impercettibile aumento di voti bianchi e nulli (un aumento dei disillusi era prevedibile con o senza rivoluzione) e la terza formazione del paese, Izquierda Unida, che raccimola qualche decimo di percentuale in più, ottenendo innegabili successi e altrettante dolorose perdite nelle città e regioni chiamate al voto.

Come se non bastasse, le proposte ufficiali del movimento spagnolo sono una gettata di gelido populismo capace di spegnere il più dilagante degli entusiasmi. Oltre a pericolose fesserie come l’obbligo di consultazione referendaria per ogni decisione presa in sede europea, sono portato a diffidare di chi si propone di risollevare un paese attanagliato da una crisi senza precedenti annunciando reddito minimo per tutti, assunzione a tempo indeterminato per tutti i precari della sanità, espropriazioni statali per le proprietà non vendute, abbattimento costi dei trasporti pubblici e costruzione di poste ciclabili. Governare la Repùblica di Puerta del Sol non è come governare un Paese.

Non so a cosa sia dovuto questo mio cinismo. Sarà un inspiegabile e romantico attaccamento al secolo passato. Sarà che continuo ad avere ancora fiducia verso quegli strumenti sgangherati e alla deriva che chiamiamo partiti. Sarà che ho sempre apprezzato solo le manifestazioni con una chiara e precisa piattaforma programmatica. Sarà che qui a casa nostra abbiamo già visto gli effetti e la realtà di quei movimenti a 5 stelle che lanciano anatemi riempiendosi la bocca di democrazia e populismo.

Sarà che mi auguro con tutto me stesso di non dover vedere la Repùblica di Puerta del Sol sconfitta da se stessa, dai propri limiti e dalla sua inconciliabile eterogeneità, raccogliere i resti di quello che altro non sembrerà che un classico botellón durato più a lungo del solito.