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gennaio 12th, 2011

Classe operaia, non ti resta che piangere

L’hanno definita l’immagine simbolo. Le lacrime di un ex operaio ai cancelli di Mirafiori, dove si è appena consumata una lite tra compagni.

Peccato che il nuovo simbolo, in quest’Italia che delega le scelte e il futuro ad ignobili classi politiche e arroganti manager, probabilmente non dirà nulla alla stragrande maggioranza degli Italiani.

Sindacati che non patteggiano, sindacati di regime che firmano un accordo già scritto senza neppure provare ad aprire un tavolo di trattative, a strappare qualcosa in più. Il ricatto del modernizzatore Marchionne che importa il peggio dell’America, e lo vuole fare ingoiare a forza: o accettate o tutti a casa. Un governo che se ne sbatte, un PD che ha fallito anche l’ultima possibilità per dimostrare, non dico di essere di sinistra, ma almeno di essere partito, ossia capace di esprimere una posizione chiara e netta su un elemento cruciale per il futuro del Paese. Un’ignavia così non si è mai vista, negli appuntamenti caldi della storia dello stabilimento Fiat, politica e istituzioni rivolgevano tutte le proprie energie ed iniziative alla raggiunta di un compromesso. Oggi, il deserto.

Aumento dei turni (da due a tre, notte e sabato compresi, per tutti); Riduzione delle pause, dagli attuali 40 minuti a 30 scaglionati in tre pause da 10 (scegli: vai in bagno, fumi una sigaretta o mangi qualcosa? C’è chi si è già attrezzato con uno simil-sgabello portato da casa, per poter mangiare qualcosa e riposare le gambe senza allontanarsi dalla propria “linea a trazione automatizzata” – la catena di montaggio. Tempi moderni di Chaplin); malattie non pagate (chi sta a casa al di sotto dei 5 giorni vicino alle feste, ferie o week end non ha diritto alla retribuzione per il primo giorno); Entro il 2012 abolita la mensa (si mangerà a fine turno, e chi ci resta in fabbrica dopo 8 ore di lavoro senza mangiare?); 120 ore di straordinario obbligatorio; e la beffa: derogando al contratto nazionale, chi non firma, non è rappresentato.

Agli albori del secolo scorso, gli psicologi del lavoro avevano già capito che il taylorismo non pagava. Si scoprì magicamente che le operaie tessili, se potevano godere di pause più ampie e di un maggiore benessere sul luogo di lavoro, erano più produttive. Che Rockefeller non ci arrivasse, è comprensibile. Chiamare questo accordo “modernizzazione”, intollerabile.

Doveva essere l’eccezione, Pomigliano. E puntuale come un orologio, arriva Mirafiori. Neppure Confindustria è preparata ad una rivoluzione conservatrice di tale portata nelle relazioni industriali del Paese.

Il tutto per un progetto che non convince: Europa e Usa già soffrono di eccesso di capacità produttiva. Tra qualche anno si aggiungerà anche la Cina. Dove venderà Marchionne tutte le auto in più prodotte in Italia? Non è dato sapere. E’ il futuro, è la modernità, è l’economia, bellezza. Non piangere, e abbi fiducia.

Piange ciò che muta, diceva Pasolini. Ora, però, nulla migliora.

[...] Piange ciò che muta, anche
per farsi migliore. La luce
del futuro non cessa un solo istante
di ferirci: è qui, che brucia
in ogni nostro atto quotidiano,
angoscia anche nella fiducia
che ci dà vita, nell’impeto gobettiano
verso questi operai, che muti innalzano,
nel rione dell’altro fronte umano,
il loro rosso straccio di speranza.
Pasolini, 1959