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settembre 13th, 2010

Ultimatia

Quando non sono più i mesi, le settimane, e neppure i giorni a scandire il tempo che mancano al ritorno, bensì le ore, è quasi impossibile sottrarsi all’infernale e tormentoso morbo dell’ultimatia.

Nelle poche e malefiche ore che restano e scorrono inesorabili, dobbiamo riuscire a concentrare il maggior numero di ultimi. Un’ultima passeggiata al Retiro, un’ultimo lambrusco a calle Minas, un’ultima colazione al Lolina e al Harina, un’ultimo caffè da Pando, un ultimo abbraccio, un’ultima notte, un’ultima caña, un’ultima tortilla, un ultimo metro, un’ultima lavatrice, un’ultima spesa al Mercadona, un’ultimo McDonald…

E la malinconia rischia di trasformarsi in angoscia, un’angoscia che ci costringe prima carponi e poi striscianti, preda di ricordi e ultime volontà che non allieveranno il logico e giusto dolore nel lasciare capitoli di vita che continueremo ad amare.

Preghiamo per sessanta minuti in più, graffiamo il mosaico di ricordi che scivola sotto i nostri piedi e le nostre unghie, asciughiamo gli occhi umidi per riempirli il più possibile di colori, immagini, ruderi, facce. Insceniamo un’incessante lotta tra parola e udito, tra le cose che vorremmo dire e le parole che vorremmo ascoltare, quasi potessimo chiuderle e portarle con noi. Tocchiamo e rompiamo, accarezziamo e baciamo, come se la pelle fosse poi in grado di rievocare sensazioni che possiamo affidare solo alla nostra memoria.

Non mi mancano mesi, settimane o giorni, ma solamente ore. Aiutatemi a non cadere nella spirale dell’ultimatia. Aiutatemi a credere che non ho bisogno di ultime volontà. Aiutatemi a ricordare, aiutatemi a credere nelle prossime volte.