Gorizia (e Italia), ciao

E’ stato un periodo intenso, e trovo solo ora tempo e voglia per scrivere l’ulitmo post ‘italiano’. Tra poche ore questo spazio diverrà il mio diario spagnolo, il prima possibile scritto in lingua iberica: anche questo blog si appresta a varcare un confine.

Lunedì mattina ho preso il treno alle 5 : 58 del mattino. Destinazione Trieste, in sede centrale, per un pomeriggio dedicato alla burocrazia: immatricolazione alla specialistica, interminabili code per numero di matricola nuovo di zecca e firma dell’accordo economico per la borsa erasmus. Faceva ancora buio. Biglietteria chiusa, e quella elettronica che lamenta l’arresto del sistema. Aspetto che l’Intercity night a cinque carrozze interrompa la corsa al binario, e salgo sul treno più sporco che abbia mai visto. Raggiungo la cabina, pago il supplemento ad un’inserviente sorprendentemente gentilissimo, e biasimandomi per lo sbigottimento provato di fronte ad una normalissima cortesia prendo posto in una di quelle cabine a sei posti, chiuse al corridoio.  Di fronte a me due ragazzi, stretti insieme in un abbraccio che fatico a sciogliere con la mente: entrambe le mani strette l’una con l’altra, in un groviglio di braccia e gambe che mi suggerisce di lasciare loro un pò di privacy. Ma sono stanco, e non mi muovo. mentre sfoglio l’Espresso i due parlano, chiacchierano, ridono. Noto i fogli sparsi sul ripiano accanto al finestrino, sono domande di immatricolazione: non riesco a leggere l’indirizzo o il corso di laurea, ma sorrido. Tre anni fa ero lo stesso, sembra passata una vita. O un secondo. Dipende, mi dico. Da cosa poi? Non l’ho mai capito.

Alle quattro del pomeriggio ho finito tutto. Non resta che passare a Gorizia, consegnare le chiavi dell’appartamento in cui ho vissuto 3 anni della mia vita. Le istruzioni sono lasciarle nella cassetta delle lettere. Non torno di sopra, è già abbastanza dura così. Richiudo il portone alle mie spalle, e scavalco il cancelletto esterno (avendolo prima richiuso per forza dell’abitudine). Non ce la faccio a non voltarmi: le tapparelle sono chiuse. Mi viene da piangere. Via degli orti n. 8. Quanti ricordi. E’ un pezzo di vita che se ne va.

L’abbraccio di Gorizia è lungo. Ogni negozio, ogni via, fino alla stazione. Tra le mille altre cose, per le quali non basterebbero duecento blog, il tappeto di foglie del parco delle Rimembranze mi ricorda come questa sia la città dove ho scoperto che le stagioni esistono, eccome.

Cerco di riempire il più possibile gli occhi e il cuore.

Gorizia, mi mancherai. A presto.

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2 Comments to “Gorizia (e Italia), ciao”

  1. You are so awesome for hpielng me solve this mystery.

  2. nonno..mi ha fatto piangere questo articolo, perchè quello che hai vissuto tu sono le stesse cosa che ho provato io andandomene quest’anno. mi manca il calore della nostra”famiglia”, della nostra casa, che oramai nostra più non è..

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